giovedì 5 febbraio 2026

Simboli e parabole


Gli antichi popoli orientali avevano una immaginazione sorprendente e una memoria straordinaria. La storia e le tradizioni dei popoli, nella maggior parte dei casi, venivano trasmesse di generazione in generazione, di padre in figlio, senza essere scritte, oralmente. Non esistevano le facilità che abbiamo oggi con la stampa.

Ciò che si voleva trasmettere ai posteri veniva presentato sotto forma di racconto, di storia, di parabola, di canto o di proverbio, utilizzando immagini vigorose e sorprendenti, bellissimi paragoni, simboli e figure brillanti. In questo modo, le cose rimanevano più facilmente impresse nella memoria.

Molti profeti usarono questo stile simbolico nella loro predicazione. Per questo motivo, spesso dobbiamo fare attenzione non tanto alle parole in sé, quanto alla verità che si nasconde dietro di esse.

Gesù stesso, nella sua predicazione, si serviva di immagini e confronti, di parabole e simboli, affinché le realtà spirituali potessero essere comprese meglio attraverso le realtà materiali. Anche noi, quando vogliamo chiarire qualcosa, siamo soliti fare degli esempi e dire: “Per esempio”.

Così il Signore paragonò il Regno dei cieli a un uomo, a una rete, a un albero frondoso, al lievito, e ci lasciò parabole meravigliose come quella della pecora smarrita, del figlio prodigo, della perla nascosta…

Il profeta Achia strappa il suo mantello nuovo in dodici parti per indicare la divisione delle dodici tribù del regno di Salomone. Anche il profeta Ezechiele, per annunciare il messaggio di salvezza al popolo di Dio, usò un linguaggio figurato e azioni simboliche.

Così, per profetizzare l’assedio di Gerusalemme, che in seguito sarebbe stata distrutta dagli eserciti di Babilonia, Dio disse a Ezechiele:
“Prendi un mattone, mettilo davanti a te e disegnaci sopra una città. Poi inscena un assedio contro di essa, innalza contro di essa torri, accampa eserciti, scava trincee…”

Con queste parole si annunciava la distruzione di Gerusalemme, nella quale i Giudei riponevano la loro speranza di salvezza. Credevano che, poiché il tempio si trovava nella città, Dio non avrebbe mai permesso che fosse distrutta, e nel frattempo potevano continuare a peccare. Per loro il tempio era come una sorta di parafulmine magico. Ma Dio guardava più al cuore che al tempio e ai sacrifici, e distrusse il tempio e la città.

Dal cervello dell’uomo provengono tutte le intenzioni. Tutto il resto è relativo. Chiediamo a Dio che santifichi il nostro pensiero.

Tenendo conto di tutto questo, risulta evidente che il linguaggio simbolico della Bibbia non è una difficoltà, ma una ricchezza. Il problema non sta nel testo, ma spesso nel nostro modo di leggerlo. Noi, uomini moderni, abituati al ragionamento rapido e alle spiegazioni tecniche, vogliamo risposte immediate e letterali, e dimentichiamo che Dio educa l’uomo poco alla volta, facendo appello alla sua intelligenza, alla sua immaginazione e alla sua coscienza.

Il simbolo biblico non annulla la verità, ma la custodisce. Costringe il lettore a fermarsi, a meditare, a entrare in dialogo con Dio. Per questo la Scrittura non si lascia dominare facilmente: chi la legge superficialmente resta alla superficie; chi la legge con umiltà scopre il frutto. Non è un caso che molte parole e molti gesti della Bibbia si comprendano solo alla luce del tempo e della conversione interiore.

Inoltre, il simbolismo biblico non appartiene solo al passato. Dio continua a parlare all’uomo di oggi allo stesso modo: attraverso segni, avvenimenti, esperienze concrete. Anche la storia personale e la storia dei popoli sono piene di richiami, avvertimenti e occasioni di grazia, che si comprendono solo se guardate con occhi di fede.

Perfino la liturgia della Chiesa è profondamente segnata da questo linguaggio simbolico: l’acqua che purifica, l’olio che fortifica, la luce che vince le tenebre, il pane e il vino che diventano nutrimento di vita eterna. Nulla di tutto questo è casuale o semplicemente decorativo. Sono realtà visibili che comunicano una verità invisibile, così come facevano le parabole di Gesù e i gesti dei profeti.

Per questo, quando leggiamo la Bibbia, non basta chiederci che cosa è accaduto allora, ma che cosa quel testo vuole dire oggi a me. Ogni simbolo interpella, ogni immagine provoca, ogni paragone esige una risposta personale. La Parola di Dio non è scritta solo per informare, ma per trasformare.

Se riduciamo la Bibbia a un freddo oggetto di studio o a una lettura meramente storica, corriamo il rischio di fare con la Scrittura ciò che Israele fece con il tempio: trasformare un dono di Dio in una falsa sicurezza. Al contrario, quando permettiamo alla Parola di penetrare nella nostra mente e nel nostro cuore, essa diventa luce, correzione e cammino di vita.

Per questo resto convinto che la vera comprensione della Bibbia non comincia dagli occhi, ma dall’interiorità dell’uomo. Dio parla attraverso i simboli, ma risponde nel profondo della coscienza. E solo quando il pensiero è purificato e il cuore è disposto, il simbolo smette di essere un enigma e diventa rivelazione.