giovedì 5 febbraio 2026

Quaranta giorni dopo

Quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, il Vangelo ci conduce a Gerusalemme, nel tempio. Non è un dettaglio casuale. Secondo la Legge di Mosè, ogni primogenito maschio doveva essere presentato al Signore, e la madre doveva compiere il rito di purificazione. Maria e Giuseppe, pur portando tra le braccia il Figlio di Dio, si sottomettono umilmente alla Legge. Dio entra nella storia non abolendo le tradizioni, ma compiendole dall’interno.

Il bambino che viene portato al tempio è lo stesso che è venuto dal cielo. Eppure nessuno lo riconosce. Per i sacerdoti è solo un neonato come tanti altri. Per la folla è una famiglia povera che offre il sacrificio dei semplici: una coppia di tortore. La salvezza entra nella casa di Dio in silenzio, senza clamore, senza privilegi.

In quel luogo sacro, però, ci sono due persone che sanno vedere oltre le apparenze: Simeone e Anna. Due anziani, due vite segnate dall’attesa, dalla fedeltà e dalla speranza. Essi rappresentano Israele che non ha smesso di credere, il resto fedele che continua ad attendere il compimento delle promesse.

Simeone è descritto come un uomo giusto e timorato di Dio. Lo Spirito Santo riposava su di lui, e gli era stato rivelato che non avrebbe visto la morte prima di aver incontrato il Messia del Signore. La sua vita è una lunga veglia. Non cerca segni spettacolari, ma vive in ascolto. Ed è proprio lo Spirito che lo conduce al tempio in quel giorno.

Quando Simeone prende il bambino Gesù tra le braccia, accade qualcosa di straordinario: un vecchio stringe il futuro del mondo. In quel gesto semplice si incontrano l’attesa e il compimento. Simeone benedice Dio e pronuncia parole che la Chiesa ripete ancora oggi: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola”. La sua vita può concludersi serenamente, perché i suoi occhi hanno visto la salvezza.

Ma Simeone non si ferma alla gioia. Profetizza anche il dolore. Rivolgendosi a Maria, annuncia che quel bambino sarà segno di contraddizione e che una spada le trafiggerà l’anima. Fin dall’inizio, la luce è accompagnata dall’ombra della croce. La salvezza passa attraverso il rifiuto e la sofferenza. Maria, ancora una volta, accoglie parole che non comprende pienamente, ma che conserva nel cuore.

Accanto a Simeone c’è Anna, una profetessa molto anziana. Viveva nel tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Anche lei riconosce in quel bambino il compimento della speranza. E comincia a parlare di Gesù a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Anna non fa grandi discorsi teologici: testimonia. La sua vita diventa annuncio.

Simeone e Anna ci insegnano che per riconoscere Dio bisogna saper attendere. Non sono giovani, non sono potenti, non hanno ruoli di rilievo. Hanno però occhi purificati dalla preghiera e dal tempo. In un mondo che corre e pretende tutto subito, essi ricordano che Dio si manifesta a chi sa aspettare con fedeltà.

Questo episodio ci parla anche del tempio. Il vero tempio di Dio entra nel tempio di pietra. Il luogo della presenza divina incontra la Presenza fatta carne. Da quel momento, nulla sarà più come prima. Non sono più le mura a custodire Dio, ma Dio che si dona all’uomo.

La presentazione di Gesù ci invita a chiederci se anche noi sappiamo riconoscere la salvezza quando passa vicino a noi. Spesso Dio entra nella nostra vita in modo discreto, attraverso persone semplici, eventi ordinari, momenti apparentemente insignificanti. Come Simeone e Anna, siamo chiamati a vigilare, a vivere con il cuore aperto.

Quaranta giorni dopo la nascita, Gesù non compie miracoli, non parla, non agisce. Eppure salva. La sua sola presenza illumina, consola, provoca. Questo ci dice che la salvezza non dipende dalla nostra forza, ma dalla fedeltà di Dio.

Simeone può morire in pace. Anna può testimoniare con gioia. Maria e Giuseppe possono tornare alla loro vita quotidiana. Il bambino cresce. Ma qualcosa è cambiato per sempre: la luce è entrata nel mondo, e chi ha occhi per vedere non potrà più dimenticarla.

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