Dopo la visita dei Magi, il clima attorno alla nascita di Gesù cambia improvvisamente. Alla luce dell’adorazione segue l’ombra della persecuzione. Il Vangelo ci racconta che un angelo del Signore appare in sogno a Giuseppe e lo avverte del pericolo imminente: Erode cerca il bambino per ucciderlo. La salvezza del mondo è affidata ancora una volta alla fedeltà silenziosa di un uomo giusto.
Giuseppe non discute, non chiede spiegazioni, non rimanda. Si alza nella notte, prende con sé il bambino e sua madre e fugge in Egitto. Questo dettaglio è importante: Dio non salva sempre eliminando il pericolo, ma indicando una via di fuga. La protezione divina passa attraverso decisioni concrete, obbedienza immediata e fiducia.
La fuga in Egitto rivela fin dall’inizio il dramma che accompagnerà la vita di Gesù. Il Figlio di Dio diventa profugo, perseguitato, costretto a lasciare la sua terra per sfuggire alla violenza del potere. Prima ancora di parlare, Gesù condivide la condizione di tanti innocenti costretti a fuggire per salvarsi la vita.
Erode incarna il volto oscuro del potere umano. È un re che ha paura di perdere il controllo, e per difendere il proprio trono è disposto a tutto, persino a uccidere dei bambini. La sua crudeltà mostra fino a che punto può arrivare un potere che non riconosce Dio. Dove nasce Cristo, il male reagisce con violenza.
Il racconto evangelico non edulcora la realtà. Parla della strage degli innocenti, del pianto delle madri, del dolore che attraversa Betlemme. Il Vangelo non ignora il male, ma lo guarda in faccia. Tuttavia, mostra anche che il male non ha l’ultima parola. Dio salva suo Figlio, e con lui apre una via di speranza per tutta l’umanità.
L’Egitto non è una meta casuale. Nella storia di Israele, l’Egitto è il luogo della schiavitù, ma anche il luogo da cui Dio ha liberato il suo popolo. Ora Gesù percorre simbolicamente il cammino di Israele. Entra in Egitto per uscirne, compiendo le parole del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. In lui, la storia antica trova compimento.
Maria, Giuseppe e Gesù vivono per un tempo in terra straniera. Il Figlio di Dio cresce come un esiliato. Non ha una patria sicura, non ha protezioni umane. Questo ci dice che Dio non è estraneo alla sofferenza dell’uomo. Conosce l’insicurezza, la paura, la precarietà. La salvezza nasce dentro la fragilità.
La figura di Giuseppe emerge con particolare forza in questo episodio. È un uomo dell’ascolto e dell’azione. Non parla, ma agisce. Protegge, guida, obbedisce. Senza di lui, il bambino non sarebbe al sicuro. Dio affida il suo Figlio a un uomo semplice, mostrando che la fedeltà quotidiana può diventare strumento di salvezza.
Dopo la morte di Erode, l’angelo appare di nuovo a Giuseppe e gli dice di tornare. Il pericolo è passato. Ma la ferita della violenza resta. La fuga in Egitto ci ricorda che il cammino della salvezza attraversa il dolore della storia. Non tutto viene spiegato, non tutto viene risolto subito.
Questo episodio parla anche al nostro tempo. Gesù che fugge in Egitto è il volto di ogni bambino minacciato, di ogni famiglia costretta a fuggire, di ogni innocente vittima dell’odio e della paura. Accogliere Cristo significa anche riconoscerlo in chi oggi vive l’esilio e la persecuzione.
La fuga in Egitto ci insegna che Dio è presente anche nelle notti più oscure. Quando tutto sembra perduto, Dio parla, guida, protegge. Non elimina la sofferenza, ma accompagna. E prepara un ritorno.
Erode muore, il suo potere finisce. Il bambino cresce. La violenza passa, la vita continua. Questa è la speranza che attraversa il Vangelo: il male è reale, ma non è eterno. Dio veglia, anche quando il mondo sembra dominato dall’ingiustizia.
Così, il Bambino salvato dalla fuga diventerà l’uomo che offrirà la vita per tutti. Colui che è stato perseguitato da piccolo sarà il Salvatore di ogni uomo ferito. E anche dalla terra dell’esilio, Dio continua a chiamare i suoi figli verso la libertà.

Nessun commento:
Posta un commento